Progetto senza titolo 16 1
 
Due giorni per Isravele
l'eremita di Monte Gallo
 
6 e 7 GIUGNO 2023
Cinema Rouge et Noir
Institut  Français  Palermoi Cantieri Culturali Ducrot
 
***
 

Tutela, cura dell'ambiente e del paesaggio, questi alcuni dei temi principali delle due giornate di manifestazione organizzate da Osservatorio Outsider Art in collaborazione con il cinema Rouge et Noir e l’Institut  Français  Palermo dal titolo Due Giorni per Isravele l’eremita di Monte Gallo, che si svolgeranno il 6 ed il 7 giugno presso il Cinema Rouge et Noir ed i Cantieri Culturali Ducrot.

Il 6 giugno alle ore 20.30 verrà proiettato presso il Cinema Rouge et Noir il docu-film ‘Lassù’ di Bartolomeo Pampaloni, giovane regista toscano pluripremiato, che dialoga con Isravele, un uomo solitario che ha trasformato una rovina, un vecchio osservatorio borbonico detto Il Semaforo in cima a Monte Gallo, con mosaici e decori originali in una dimora mistica, dove vive da 25 anni in eremitaggio. Un singolare personaggio visto da vicino, con la sua opera eccentrica e con la natura straordinaria del luogo. Lassù (80’) è una co-produzione italo-francese ( Aeternam Films Parigi e Graffiti Doc Torino) e ha ricevuto nel 2022 il premio della giuria al 70. Trento Film Festival. 

A seguire il 7 giugno alle ore 18.00 verrà presentato il nuovo numero dell’Osservatorio Outsider Art e si svolgerà inoltre una tavola rotonda presso l’Institut Français Palermo, ai Cantieri Culturali Ducrot. Saranno presenti il regista del docu -film “Lassù” Bartolomeo Pampaloni, i professori Enzo Guarrasi e Rosario Perricone, l’esperta di Art Brut Roberta Trapani ed il direttore dell'Istituto Eric Biagi.

ABSTRACT NUOVA RIVISTA N.25 PRIMAVERA 2023

Repairing cities, il titolo del nostro dossier è stato preso in prestito da una ricerca di Marco Navarra in occasione del workshop Learning from cities, organizzato dalla Biennale di Venezia nel 2006, e confluita in un libro (Letteraventidue, 2008) che aggiunge un sottotitolo che fa pure al caso nostro: La riparazione come strategia di sopravvivenza. Perché in questo numero si parla di pratiche di riparazione, sia che si tratti di riparare anime o di riparare strade e spazi collettivi o di creare comunità, ma si parla anche di sopravvivenza collettiva o individuale attraverso la creazione di un proprio spazio magico o nell’invenzione di una via di fuga, sia pure su un’astronave. Coloro che per convenzione sono stati definiti ‘babelici’, ovvero i creatori spontanei di ingegnose opere ambientali, sono tutti dei riparatori a partire dal riuso di oggetti e materiali di scarto fino alla rivolta attiva contro la cultura del consumo e contro l’anonimato dello spazio, individuale o collettivo, da reinventare, personalizzare, rendere emozionante. A loro è dedicata gran parte di questo numero: all’eremita Isravele che ha trasformato un edificio fatiscente in un tempio; a Mario Brienza che in un paesino della Basilicata ha riparato le fratture di vicoli e muri rendendole fonte di gaiezza e fantasia per la collettività; a Salvatore Siciliano che ha costruito un suo incongruo ‘mausoleo egizio’ forse anche per riscattare un paese fantasma, in gran parte abusivo, accampato sulla costa del ragusano; a Ben Wilson, riparatore di scarti urbani, minuscoli ma perenni come le gomme masticate, sputate via e incollate al marciapiede, che con un lavoro certosino trasforma in colorate e curiose miniature; a Giovanni Righetti che con gli scarti del marmo, una tecnica e un’inventiva sorprendente, ha creato, come personale strategia di sopravvivenza, la sua sala mosaicata da patrizio romano; a Lucio Ballesteros con la sua fantascienza esoterica e il suo modello di astronave per una fuga in un futuro senza tempo; e ancora ai creatori di comunità, come Giovanni Cammarata e la sua utopia d’arte in una via di baracche e macerie industriali, che ancora risuona aggregando in suo nome collettivi e singoli artisti; o come Mario Andreoli, il cui fantastico presepe luminoso sulla collina di Manarola è diventato talmente identitario che, dopo la sua morte, un’associazione è decisa a portarne avanti l’opera. Si riparano bambole, è il titolo di un bel romanzo dello scrittore siciliano Antonio Pizzuto (1893-1976), e l’ultimo approdo del suo protagonista ormai anziano: un laboratorio in un convento di suore per curare la solitudine. In fondo tutti i creatori di outsider art sono dei riparatori: riparano se stessi, mettono assieme rottami per aggiustare il proprio mondo interiore come Giuseppe Cosentino, trascendono la malattia dialogando con la pietra come Angelo Modica, si rassicurano dipingendo EDITORIALE di Eva di Stefano 7 le proprie ordinate cartoline, paesaggi di un mondo acquietato, come Carlo Montresori. In questo numero segnalo come di particolare interesse anche la sezione speciale dedicata all’Art Brut in Cina, grazie alla collaborazione di Laura Baldis che ci conduce nelle strade di Nanchino alla scoperta di un atelier dedicato, chiarendo anche le definizioni e le sfumature del concetto nella cultura cinese. Non è che la prima puntata, continueremo ad approfondire questo scenario che ha una storia a sé e caratteristiche proprie. Seguono altri approfondimenti: Fabrice Flahutez racconta la pre-storia dell’Art Brut, la scoperta e la valorizzazione degli autodidatti all’inizio del Novecento, la duttile scena americana fino agli anni Quaranta, evidenziando il ruolo giocato dal surrealismo prima della cristallizzazione del concetto operata da Dubuffet. Una prospettiva che apre a una riflessione più ampia sulla storia delle avanguardie. Con Sophie Brunner, conduttrice di atelier, entriamo invece nel vivo del dibattito attuale: la necessità del superamento della nozione di Art Brut in nome di una politica culturale realmente inclusiva, che metta in crisi lo statuto dell’arte e il mito dell’Alterità che grava sugli autori e ne condiziona la fruizione. La Brunner mette opportunamente in luce i problemi etici ed epistemici connessi. Se la prassi inclusiva è già in molti casi una realtà, resta però, a mio avviso, una faglia teorica. Credo che un’assimilazione del concetto di neurodiversità, ancora fluttuante, attualmente discusso nell’ambito delle neuroscienze e della nuova antropologia, potrebbe dare un contributo risolutivo. La questione resta aperta. Ci riporta invece di nuovo alla storia che dall’arte naïve si amplia verso tutte le altre forme di arte marginale, la visita al MNMU, museo di arte naïve e marginale di Jagodina (Serbia) che ci propone Marina Giordano: nella vicenda balcanica, non scevra da ideologie populiste, il percorso appare analogo a quello italiano, in ambo i casi più tardivo rispetto al canone delle avanguardie francesi della prima metà del Novecento. Solo che l’Italia è più sorda e non ha ancora un museo dedicato. Conclude questo ricco numero la presentazione di una fondazione svizzera, la Fondazione Guignard che promuove l’Outsider Art. Un caldo grazie a tutti gli autori che non ho citato prima, Domenico Amoroso, Giovanni Carbone, Katia Furter, Gabriele Mina, Yaysis Ojeda Becerra, Daniela Rosi, Yvonne Türler, Sara Ugolini, Pier Paolo Zampieri: con la loro collaborazione, le segnalazioni e i loro articoli, consentono a questa rivista di restare una finestra attendibile e viva sul mondo sorprendente e inesauribile dell’Outsider Art.

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